Dalla nascita della “Periscopica” fino al dominio mondiale dei prototipi: viaggio nell’infuocata saga dell’Alfa Romeo Tipo 33, la dinastia meccanica guidata dal genio ribelle di Carlo Chiti

L’architetto del ruggito e il grande strappo di Maranello
Per comprendere la genesi di un mito, occorre fare un passo indietro e guardare all’uomo che ne plasma l’anima. Pistoiese di nascita, toscano fino al midollo, sguardo severo e una sigaretta perennemente accesa tra le dita. Carlo Chiti veste i panni dell’ingegnere e, al tempo stesso, del condottiero d’altri tempi. Un vero animale da officina capace di dialogare con la parlata ruvida dei meccanici e con i teoremi complessi della termodinamica sfoggiando la medesima, incontrastata autorità.
La sua indole rifugge ogni compromesso e il suo percorso affonda le radici in una frattura industriale epocale. Nel 1961 Chiti firma il capolavoro della Ferrari 156 “Sharknose”, capace di dominare il mondiale di Formula 1 con Phil Hill. Tuttavia, proprio in quel momento, il clima a Maranello degenera in una polveriera. Le ingerenze crescenti della moglie di Enzo Ferrari, Laura Garello, nella gestione amministrativa e del personale rendono l’atmosfera irrespirabile.
Di fronte a questo clima, Chiti si erge a portavoce del malcontento generale affiancato da Giotto Bizzarrini, Romulo Tavoni e Girolamo Gardini, affrontando frontalmente il Drake. La reazione di Ferrari si traduce in una spietata epurazione. I tecnici ribelli vengono licenziati in tronco: una rottura violenta che la storia consegna agli annali come la grande spaccatura di Maranello.
Dopo questa parentesi, archiviata l’esperienza di Maranello e la breve stagione in ATS, Chiti trova la sua definitiva consacrazione operativa a Settimo Milanese. Chiamato a legarsi al Biscione alla guida dell’Autodelta, è lui a prendere in mano i destini sportivi dell’Alfa Romeo per dar vita a una nuova razza di auto da corsa.
La tana del lupo: nasce il progetto Alfa Romeo Tipo 33

L’officina che forgia questa nuova era vive in una dimensione temporale a sé stante. Benvenuti a Settimo Milanese. In questo spazio intriso di chiavi inglesi unte d’olio, tazze di caffè bollente abbandonate sui cofani e dense nuvole di fumo, l’Autodelta si anima come un laboratorio alchemico. Qui si combatte contro i colossi stranieri imbracciando soltanto un’inventiva geniale e una dedizione impermeabile allo scorrere delle ore.
Nelle stanze del Portello e tra questi banchi di lavoro, l’Alfa Romeo avverte il bisogno viscerale di tornare a ruggire dove conta davvero: l’asfalto della pista. Nasce così, per raccogliere l’eredità spirituale della gloriosa Giulia TZ, il progetto della Tipo 33. Una vettura concepita da zero per riconquistare i vertici del motorsport internazionale.
Il battesimo del fuoco: la Tipo 33/2 “Periscopica” (Fléron) e la Scuderia del Portello

Il 12 marzo 1967, la salita di Fléron, in Belgio, si trasforma nel palcoscenico di un debutto folgorante. Nell’ombra dei box si accende una miccia destinata a cambiare per sempre la storia delle competizioni: nasce la prima delle Alfa Romeo Tipo 33 da corsa, la 33/2 “Periscopica”, passata alla storia anche come “Fléron”. Quando Teodoro Zeccoli preme a fondo l’acceleratore, il V8 da due litri — preparato sapientemente dalle mani esperte di Carlo Facetti — si scatena in un urlo poderoso. Il cronometro si arrende, e la concorrenza capisce che l’incubo è appena iniziato.
Vanta 270 cavalli racchiusi in un telaio tubolare che ricorda un traliccio di pizzo metallico, leggero e spietato. Un capolavoro d’ingegneria in cui spicca la raffinata struttura ad “H” realizzata in fusione di magnesio dalla Campagnolo di Vicenza, con i serbatoi integrati nei tubi laterali. La vettura ferma l’ago della bilancia a soli 580 kg. L’esemplare capostipite, il telaio 001, custode supremo di questa magia, è oggi custodito con orgoglio dal Museo Dinamico della Scuderia del Portello.
L’abito da sera: la 33 Stradale

l colpo di scena si concretizza pochi mesi dopo, il 5 ottobre, al Salone di Parigi. L’Alfa Romeo compie una mossa che sa di rivoluzione. Estrae l’anima di quella belva da pista — la derivata diretta del prototipo della Alfa Romeo Tipo 33 — e la veste con un abito d’alta sartoria. Nasce la 33 Stradale.
Bassa, sinuosa, irriverente con i suoi appena 99 centimetri d’altezza da terra. Disegnata da Franco Scaglione e rifinita a mano dalla Carrozzeria Marazzi in soli diciotto esemplari, si consacra tra le creazioni più affascinanti di ogni epoca. Sotto quella pelle d’alluminio batte un V8 a novanta gradi di 1.995 cm³, alimentato a iniezione meccanica Spica e gestito da un doppio albero a camme in testa con valvole al sodio. Un gioiello da competizione da 230 cavalli a 8.800 giri al minuto, omologato per la strada, capace di bruciare lo scatto da zero a cento in 5,5 secondi e di toccare i 260 km/h.

Alfa Romeo Tipo 33: dalla Daytona alla 33/3 e alla 33 TT/3

La stirpe dei prototipi da competizione cresce rapidamente. Nel 1968, la 33/2 conquista l’appellativo “Daytona” in seguito al trionfo di classe alla celebre 24 Ore, per poi ripetersi alla Targa Florio con Nanni Galli e Ignazio Giunti.
Il vero salto prestazionale si registra però nel 1971, quando la Tipo 33/3 — in pista già dal 1969 con il suo V8 portato a tre litri — raggiunge il pieno del suo potenziale. È infatti con questa vettura che, nell’aprile del 1971 alla 1000 km di Brands Hatch, l’equipaggio Andrea de Adamich e Henri Pescarolo compie l’impresa leggendaria di sconfiggere le corazzate della Porsche 917.

Parallelamente, in quel fermento evolutivo si inserisce un capitolo tecnico d’avanguardia: la nascita della primissima 33 TT/3, ovvero il primissimo prototipo con telaio a traliccio tubolare sviluppato dall’Autodelta. Una raffinata e spigolosa macchina laboratorio a passo corto, utilizzata originariamente nei severi test di sviluppo durante la Targa Florio. Scende poi a ruggire in gara nel 1971, prima alla 1000 km del Nürburgring con Carlo Facetti e Teodoro Zeccoli, e successivamente a Montlhéry affidata al talento di Henri Pescarolo e Rolf Stommelen.

L’apice definitivo: la 33 TT 12

La marcia trionfale dell’Autodelta raggiunge la sua vetta ineguagliabile tra il 1973 e il 1975. È in questi anni che Carlo Chiti firma il capolavoro assoluto della dinastia: l’Alfa Romeo 33 TT 12.
Messo da parte il V8, prende vita un monumentale 3 litri aspirato a dodici cilindri a V di 180 gradi (V piatta). Con quote marcatamente “superquadre” (alesaggio di 77 mm e corsa ultracorta di 53,6 mm), il propulsore tocca regimi di rotazione stratosferici: 500 cavalli a 11.500 giri al minuto. Basamento e testate vengono colati in Autodelta in lega di alluminio e magnesio, mantenendo il peso del blocco a soli 150-160 kg. La distribuzione è a cascata di ingranaggi, l’alimentazione a iniezione Lucas con le iconiche “trombette” a vista. Completano il quadro l’accensione elettronica Dinoplex e la lubrificazione a carter secco, capace di resistere ad accelerazioni laterali di 3G.
Incastonato nel Telaio Tubolare (“TT”) rivestito in alluminio, questo propulsore trasforma la 33 TT 12 in un rullo compressore imbattibile. Il risultato è la vittoria del Campionato del Mondo Marche nel 1975.

La parentesi in Formula 1 con la Brabham e il sigillo della SC 12
La bontà di questo straordinario dodici cilindri convince l’Autodelta a varcare i confini dell’Endurance per debuttare nel Circus iridato. A partire dal 1976, il propulsore viene adattato per spingere le monoposto Brabham guidate da Bernie Ecclestone, a partire dalla BT45. Così la tecnologia d’assalto del Biscione arriva in Formula 1, in parallelo con l’impegno nei prototipi.
Anche sulle vetture coperte, infatti, i successi non si fermano: nel 1977 fa il suo esordio la devastante erede 33 SC 12, capace di compiere l’impresa di aggiudicarsi la totalità delle prove nel campionato mondiale prototipi.
La nuova frontiera e l’eredità del suono

Esaurito il ciclo vitale della stirpe 33, l’Alfa Romeo sceglie di calare il sipario sulle categorie Endurance, archiviando un capitolo irripetibile fatto di fango, sudore e vittorie entrate nella leggenda.
Chiti e l’Autodelta voltano pagina, proiettando energie e competenze nel nuovo decennio per concentrarsi sulla sfida della Formula 1. Lì, tra monoposto a effetto suolo, l’eterna sfida dei dodici cilindri e l’esordio dei primi motori turbo, il genio toscano firma l’ultimo e tumultuoso capitolo di un’epopea nata con la leggendaria Alfa Romeo Tipo 33.
Un gigante che ha fatto urlare i propulsori più potenti della Terra e ha impresso un timbro indelebile sulla via italiana alla velocità. Perché i bolidi svaniscono, e i trofei perdono brillantezza sugli scaffali. Ma il timbro rauco di quel V8 e di quel V12, capaci di squarciare il silenzio dei boschi a cinquemila giri, rimane scolpito per l’eternità nella memoria di chi ha la fortuna di ascoltarli.

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